IL SINTOMO COME COMPAGNO DI VIAGGIO

Quando ci sentiamo poco bene, e il disturbo supera una certa soglia di disagio fisico, ci rivolgiamo allo specialista per capire la causa del nostro stato di malessere. “Cosa c’è che non va?” è, solitamente, la prima domanda che ci sentiamo rivolgere e a cui, nell’immediato, dobbiamo cercare la risposta. É così che comincia l’elenco dei segni del “malfunzionamento” del corpo che stiamo vivendo e con cui, per una svariata serie di ragioni, siamo costretti ad entrare in dialogo. Ci viene dunque richiesto di effettuare una sorta di scansione corporea che possa individuare l’organo bersaglio su cui si sono focalizzati fastidi, disturbi, dolori. Siamo quindi portati per consuetudine, ormai più o meno conclamata chi più chi meno, a sfoderare l’elenco dei segnali sintomatici che ci disturbano, cioè di quelli che sono indicatori di un qualcosa che nel nostro corpo non funziona come dovrebbe. Raccontare la sintomatologia, si avvicina alla comune idea che la salute sia un fatto puramente medico in cui spesso vi si affastellano frequenti e, a volte troppo sbrigative, diagnosi comuni che si ispirano ad un approccio medico-psichiatrico molto articolato con la tendenza a medicare e medicalizzare anche “quei prodotti insoliti, di menti insolite o comunque inadeguate”[1] anziché accogliere, ascoltare e, ove e se possibile, decodificare. […]

Il sintomo come compagno di viaggio

Il sintomo è indice di molte questioni collegate all’individuo e in quanto tale, è possibile leggere il suo senso e il suo “parlare” in diversi modi. Se da un punto di vista puramente medico, come si diceva, il sintomo è collegato al concetto di guarigione intesa come restitutio ad integrum, poiché operativamente si occupa di problemi che sorgono nel e sul corpo (lesioni, traumi, ferite, malanni), da un punto di vista psicologico e psicodinamico, il sintomo, e con esso la guarigione stessa, procede seguendo un diverso tipo di elaborazione, un viaggio che a volte risulta lungo, tortuoso, ma con una meta e una destinazione: ritrovare il proprio equilibrio e la guarigione da uno stato di alterato benessere. […] Molte persone viaggiano anche per decenni senza chiedersi o riuscire a trovare il senso di questa forma di linguaggio inconscio che li accompagna, un viaggio spesso faticoso, a volte persino difficile, ma paradossalmente considerano quel sintomo così indispensabile da non riuscire a rinunciarvi proprio perché, da sempre presente, è entrato così tanto nella propria normalità quotidiana che, tutto sommato, non è possibile pensare di alleggerire quel carico. […] Abituati come siamo a tenerci freneticamente impegnati in mille situazioni tanto da non distoglierci (“ho troppe cose a cui pensare” è un alibi perfetto che funziona sempre, peraltro!), compiamo inconsciamente diverse forme di autoinganno che giustificano malesseri, apatia, pianti repentini o altre forme sintomatiche che coprono una vasta gamma di espressioni di disagio e di disturbo. Del resto, in un passaggio storico come questo, fatto di velocità, ricerca immediata di piacere, in cui la progettualità viene vissuta come troppo impegnativa, troppo dispendiosa di tempo e di energie, in cui prendersi cura di sé deve essere fatto con il minor sforzo possibile e il massimo successo, pullulano dovunque una miriade di proposte mirate ad ottenere risultati immediati; dilagante è ormai una cultura psico-medicale divenuta egemone, che prescrive precise condotte da tenere, strategie da utilizzare, “consigli” da mettere in pratica per non farsi sottomettere dall’ansia, dall’angoscia, dalla rabbia e da molti altri sintomi che urlano spesso in modo sguaiato messaggi che vengono non compresi, ignorati o ancora più frequentemente messi a tacere. […]

Il viaggio tra sintomo, ascolto, parola

Occorre ancora fare una considerazione importante: perdere il sintomo, e quindi il proprio compagno di viaggio che paradossalmente ha contribuito ad arrivare sin dove si è, è tutt’altro che desiderabile, soprattutto se rimpiazzato con un immediato sollievo funzionale. […] affidare il sintomo ad un intervento esclusivamente chimico e potente, come ad esempio un “magico farmaco” dall’effetto rapido, sicuro e certo meno impegnativo, lascia indisturbata la propria ignoranza sul senso autentico di quel compagno di viaggio per cui, la soluzione più probabile diviene l’irruzione imperativa di una grande malattia pervasiva, ma “normale”, che consegna anima e corpo alla inflessibilità salvifica delle grandi tecnologie che tratta i sintomi come errori da eliminare o al massimo da decodificare secondo le regole del gioco nosografico globale con relative etichette. […] Oggi, purtroppo, dello psicologo, ancor più dello psicoterapeuta, si ha ancora timore, diffidenza. Un dolore o sofferenza psichica, viene ancora vissuta come un rumore di fondo insopportabile, un sottofondo costante e continuo che sottrae attenzione, energie e tempo a ciò che invece la vita ci offre e impone, finendo con l’abitare simili situazioni senza responsabilità, ma come se fossero semplicemente eventi a noi estranei da tenere in modalità “silenziosa”, proprio come accade con i nostri smartphone quando non vogliamo o non possiamo essere disturbati. Eppure sono proprio i nostri sintomi che raccontano la nostra storia, il viaggio dell’esistenza comprese le nostre relazioni difficili, gli strenui tentativi, anche maldestri, per poter sopravvivere a ciò che ci ha segnato, le cicatrici dell’anima espresse sul corpo di quei vissuti che la parola non osa o non riesce a raccontare. […]

Puoi leggere il contributo integrale su Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e letteratura, n. 27/2018

[1] Ripa di Meana G., Onore al sintomo, Editrice Astrolabio- Ubaldini Editore, Roma, 2015, pag. 9.