“MANGIO UN DOLCINO PERCHÉ HO BISOGNO DI COCCOLE”

“Voglio mangiare qualcosa di dolce dopo tante cose amare…”: fame emotiva e Binge Eating Disorder

A chi non è mai capitato di sostare davanti al barattolo di gelato o di cioccolata, nei momenti di tristezza, sconforto o rabbia; o di provare il forte desiderio di mangiare oltre il normale livello di sazietà, di trasgredire con un eccesso di cibo per anestetizzare emozioni in quel momento difficili da gestire proprio perchè troppo invasive. Emozioni quasi sempre negative, che fatichiamo a riconoscere o di cui proprio non ne vogliamo sapere; quelle che sembrano “intossicare” le giornate; quelle che sentiamo il bisogno di “azzittire”; quelle che sembrano “divorare” ogni cosa creando un vuoto che lasciano troppo spazio dentro; o ancora emozioni che continuano a “sfuggire” dal nostro controllo e per le quali ci si ritrova ad ingerire quantità smisurate di cibo senza averne reale necessità. Ansia, delusione, solitudine, noia, senso di vuoto, indecisione, imbarazzo, confusione, senso di inadeguatezza o di impotenza, stanchezza, disperazione sono solo alcuni degli stati emotivi con cui spesso ci si trova a fare i conti… anche quelli della bilancia! Capita quindi, di “mangiare per compensazione” e cedere sotto il meccanismo, piuttosto comune, della “fame emotiva” (Emotional Eating): il cibo, cioè, assume il significato di una risposta comportamentale finalizzata al controllo delle emozioni.

Partiamo dal presupposto che, spiluccare un dolce in più, concedersi un occasionale strappo al solito stile alimentare, lasciarsi annegare in un barattolo di cioccolata, in una pizza gigante o in una busta di patatine (si dice che solitamente i cibi salati, corposi sembrano predominare nei momenti d’ansia, mentre i cibi dolci, caldi, teneri o liquidi prevalgono in condizioni di tristezza), concedersi cioè una eccezione quando si è giù di corda, rientra in un normale e “sano” impulso compensativo occasionale. Diventa sintomo di un chiaro disagio quando quella trasgressione si trasforma in una modalità più o meno stabile e ripetuta di agire che sfugge al proprio controllo, ossia quando prende tutti i contorni di un “divorare compulsivo” sintomo fatto di meccanismi e dinamiche psicologiche che possono, se non elaborate, trasformarsi in espressione di un disturbo alimentare più o meno conclamato e con sintomi ben definiti come il Binge Eating Disorder (BED), che tradotto diventa “abbuffata”. La particolarità del BED, consiste proprio in una assunzione vorace di grandi quantità di cibo, con precisi criteri diagnostici riconoscibili dalla particolare modalità di alimentarsi che si differenzia nettamente ad esempio dagli episodi di iperalimentazione occasionali che si possono verificare nella maggior parte delle persone normopeso o che si trovano in una condizione di sovrappeso. L’“abbuffata” si distingue dall’iperalimentazione sulla base del criterio temporale (assunzione di cibo in un tempo limitato), della sensazione soggettiva di perdita di controllo, e della spiacevole sensazione di pienezza gastrica, disgusto, tristezza o senso di colpa che compare subito dopo l’episodio.

Il Binge Eating Disorder (BED) o Disturbo da Alimentazione Incontrollata (DAI) è, tra i Disturbi della condotta alimentare, quello che nella versione più recente del DSM V (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), ha subìto la modifica più importante poiché è stato incluso come categoria distinta di disturbo dell’alimentazione con specifici criteri per la sua diagnosi . Le modifiche più rilevanti sono connesse sia all’aumento della frequenza media minima di abbuffate che è stata specificata in almeno 1 volta a settimana negli ultimi 3 mesi, sia rispetto all’individuazione del grado di gravità riscontrato in base al numero di abbuffate a settimana. Altra caratteristica di chi è affetto dal Binge Eating Disorder è, oltre all’aumento costante del peso dovuto agli episodi di abbuffate, l’assenza della messa in atto di tutte quelle condotte eliminatorie (consuete invece nei casi della Bulimia Nervosa) come il vomito autoindotto o l’uso di lassativi e diuretici. Peculiarità distintive restano la difficoltà a controllare gli impulsi (in particolare quello ad abbuffarsi) e la gestione delle emozioni.

Il circolo vizioso che si autoalimenta, emozione negativa – abbuffata – demoralizzazione, viene mantenuto, e a sua volta letteralmente alimentato, definizione in questo caso d’obbligo, oltre che da fattori personologici e psicologici predisponenti, anche e soprattutto da “fattori scatenanti” o “precipitanti” che incidono maggiormente sulle abbuffate:
Bassa autostima, senso di inadeguatezza e impotenza: tratti, cioè che espongono maggiormente le persone con tendenza ad un tono dell’umore depresso e che generalmente tendono a patire le pressioni dell’ambiente proprio a causa di un senso interiore di insicurezza e che sono particolarmente suscettibili ai vissuti di perdita e di insuccesso, con una spiccata vulnerabilità alle tematiche di fallimento personale.
Vergogna: emozione associata alla paura di evocare o suscitare valutazioni negative negli altri che generalmente sono ritenuti superiori. La vergogna è una componente della percezione di sé stessi che si attiva nel momento in cui le persone si giudicano come brutte e imperfette, alimentando a sua volta una bassa autostima e un senso di inferiorità. Di frequente, infatti le persone che soffrono di disagi o disturbi alimentari tendono ad assumere cibo in situazioni solitarie, di nascosto e quasi in modalità clandestina che, proprio come in un circuito vizioso, tende ad esasperare il vissuto della vergogna. I pensieri associati alla vergogna includono spesso valutazioni e percezioni negative di sé del tipo “sono imperfetto, incompetente, sbagliato, rifiutato, sono debole, inadeguato, incapace”.
Distorsione dell’immagine corporea: una profonda insoddisfazione per la propria figura e conformazione del corpo con una marcata tendenza a percepire visivamente il proprio corpo come più grasso e grosso di quanto non sia realmente. In particolare, nelle persone che soffrono di BED, si riscontra una marcata sofferenza, un vero e proprio disprezzo per il proprio corpo, in cui però generalmente non vi è una eccessiva valutazione della magrezza come obiettivo principale da raggiungere, ma la principale causa della loro sofferenza psicologica è dovuta in questo caso nonostante il disagio per il proprio corpo, al caos che caratterizza il loro comportamento alimentare.

Nell’attuale complessità storica in cui viviamo, il rapporto tra stress, emozioni negative ed assunzione di cibo è un fenomeno di cui si parla spesso, ma rimane di per sé una relazione complessa su cui vi sono molti studi in corso. Che si tratti di strategie disfunzionali apprese per gestire emozioni negative, o del cibo come oggetto consolatorio in grado di fornire conforto emotivo che aiuta ad attutire l’impatto dello stress, di fatto gli stati emotivi incidono molto sia sui processi biochimici individuali sia sulle modalità comportamentali. Le difficoltà di controllo dell’alimentazione che si riscontrano, in misura e modalità diverse, sia nell’Emotional Eating che nel Binge Eating Disorder, sono legate ad una difficoltà più profonda nella gestione delle emozioni e degli impulsi, la cui espressione maggiore è la prevalenza del senso di inadeguatezza e di impotenza.

E’ quindi necessario, affrontare e comprendere le radici profonde di questi disagi, ricercarne l’origine e ripercorrere con l’aiuto di un professionista, la storia personale ed emotiva. Diventa cioè, indispensabile rileggere agiti e modelli psicodinamici appresi, comprenderne le sviluppi, rileggere e ricollocare gli eventi e le emozioni vissute, rinforzare e sviluppare le risorse individuali finalizzate alla gestione della regolazione emotiva, nella risoluzione di ferite pregresse e nella cura di modelli patologici che creano sofferenza.

Riferimenti bibliografici
Ricca V.,  Castellini G., Faravelli C., Binge Eating Disorder: caratteristiche psicopatologiche, in Noos 53, Vol. 15-n.2, 2009.

Howard CE, Porzelius LK. The role of dieting in binge eating disorder: etiology and treatment implications. Clin Psychol Rev 1999; 19: 25-44.