SEPARARSI. DAL DOLORE ALL’ELABORAZIONE, UNA QUESTIONE DI “SELF-COMPASSION”

Separarsi da qualcuno che si ama, dalla persona con cui si era scelto di costruire un progetto di vita, non è mai facile. La rottura di un legame significativo, come ogni perdita importante, conduce sempre verso un momento di grande sofferenza che va elaborato con tempo, pazienza e molto lavoro su sé stessi. La fine di una relazione, solitamente, porta con sé una certa quota di dolore, anche quando si ha il coraggio di guardarsi negli occhi e dirsi che non è più possibile stare insieme perché, insieme non si funziona più. Ed è di quel dolore che la separazione porta con sé che vale la pena di prendersi cura, sempre, poiché come ogni ferita se non medicata, si infetta e porta a conseguenze molto più dolorose con il rischio di cronicizzare una sofferenza sino a farla diventare parte integrante del nostro modo di vivere la vita.

Che fare dunque di quel vuoto lasciato da una progettualità mancata? Come metabolizzare quel senso di fallimento che arriva ed in cui si è costretti a ammettere a sé stessi che vi erano atteggiamenti, azioni, umori che se avessimo guardato prima, forse avremmo avuto l’opportunità di soffrire di meno e in modo diverso? Molto spesso invece, quando si riesce a mettere insieme i pezzi del puzzle è troppo tardi, e così quel che resta è lo sconforto di chi è costretto ad ammettere che quel sentimento dovrà necessariamente trasformarsi in altro per poter smettere di soffrire e darsi la possibilità di ricostruire quella parte di sé stessi che in qualche modo si è trasformata per potersi affiancare all’altro. Nella fine di una storia, ci si ritrova a dover fare i conti con quel posto vuoto che fino a quel momento è stato con-diviso e con tutte quelle emozioni che fanno da satellite a quella presenza ormai assente: la delusione, la solitudine, il senso di fallimento, la rabbia per essere stati lasciati o quella per non aver compreso prima. In un modo o nell’altro, ogni separazione conduce a fare i conti con tutto ciò che quella relazione vissuta ha portato con sé e con quello che ha lasciato in eredità. Occorre, dunque, rimettersi in viaggio e ritrovare il centro di ogni cosa: sé stessi.

In questo viaggio, occorre non dimenticare di mettere nello “zaino” alcune cose fondamentali: la forza di capire che forse da soli non ce la facciamo, ma è meglio chiedere aiuto ad uno psicologo o psicoterapeuta che ci guidi nel viaggio e ci aiuti a portare il peso; la motivazione alla comprensione delle dinamiche che agiamo ripetutamente senza rendercene conto e che invece ci trascinano sempre a ricadere in situazioni che ci fanno star male; l’audacia di affrontare ciò che potremmo scoprire di noi correndo anche il rischio che alcune potrebbero non piacerci; il coraggio di accettare il cambiamento che questo percorso personale porterà con sé e di tutte quelle dinamiche fino ad ora agite che non ci hanno consentito di star bene e vivere in modo sano le relazioni.
Al di là di ogni situazione specifica però, la questione centrale rispetto alle dinamiche psicologiche di chi vive una separazione, a prescindere dalle diverse capacità di reazione a situazioni critiche come quelle che si vivono quando la coppia “scoppia”, è che superare e tornare a vivere dopo una separazione, dipende molto anche dal livello di “self compassion“, cioè di auto-compassione di ognuno, vale a dire che si affronterà meglio il dolore nella misura in cui si è più indulgenti con sé stessi.

La compassione (dal latino cum patior “soffro con” e dal greco συμπἀθεια, sym patheia cioè “simpatia”, provare emozioni con…) in sé, è un sentimento per il quale una persona percepisce emotivamente il dolore e la sofferenza dell’altro, ne prova pena e desidera alleviarla. Un sentimento che tra l’altro gioca un ruolo importante sia nel modo in cui ci relazioniamo con noi stessi (ad esempio come tratto me stessa/o rispetto ad un mio errore), sia nel modo con cui ci confrontiamo con gli altri nei rapporti interpersonali (ad esempio come tratto l’altro quando si relaziona con me). In sostanza, la compassione comprende in sé la capacità di vedere e sentire chiaramente la natura della sofferenza, la capacità di restare forti nonostante il dolore, di riconoscere che non solo la accolgo, ma vi è anche l’aspirazione a trasformarla.
Nonostante sia una qualità innata nell’uomo, la compassione però è un sentimento che difficilmente viene nutrito, anzi viene più spesso ostacolato da altri sentimenti come la commiserazione e la paura, che oggi è spietatamente presente nella condizione emotiva globale delle persone.

Ed è proprio di quei sentimenti di commiserazione e paura che dovremmo occuparci, fare cioè un buon lavoro interiore, per poter sviluppare la capacità di perdonarsi e di lasciare che le cose fluiscano, dando spazio alla conoscenza emotiva dei nostri desideri più profondi e delle nostre scelte che in quella rottura del legame hanno giocato un ruolo centrale.  Avere compassione per sé stessi quindi vuol dire guardare alle proprie inadeguatezze, ai propri errori e fallimenti con un atteggiamento non giudicante, per poterne comprendere la propria fallibilità, evitando quel dialogo interiore aggressivo e svalutante nei propri confronti che spesso ci invade quando ci si trova alle prese con una dolorosa fine della relazione.
La fine di un rapporto viene considerata uno degli eventi più dolorosi e destabilizzanti che le persone sperimentano, poiché ci si trova a fare i conti con l’aspetto psicologico relativo alla vita di coppia e alla progettualità condivisa da cui diventa necessario separarsi non solo fisicamente. E’ quindi importante, riconoscere, esternare, analizzare tutta la costellazione dei sentimenti e delle emozioni che arrivano, a volte con impeto; trovare uno spazio neutro di conoscenza e di consapevolizzazione di ciò che non ha funzionato per e nel rapporto al fine di elaborare gli eventi, comprendere le dinamiche agite, e riorganizzare la propria individualità.

Ricordiamo allora la prossima volta che ci troveremo ad essere ipercritici, troppo severi con noi stessi, giudicanti e maltrattanti, di usare anche un po’ di “self-compassion”, di accarezzare quelle nostre inadeguatezze, di ricollocare quella esperienza dandole il giusto peso e la giusta posizione nella nostra vita, perché se riuscissimo ad essere un po’ più compassionevoli con noi stessi, riusciremmo anche guardare la nostra sofferenza senza chiudere gli occhi, ma a trasformarla in una nuova energia psichica in grado accompagnare quel cambiamento che fa la differenza.

 

 

Riferimenti bibliografici

Sbarra, D. A., Smith, H. L., & Mehl, M. R. (2012). When leaving your ex, love yourself: Observational ratings of self-compassion predict the course of emotional recovery following marital separation. Psychological science: a journal of the American Psychological Society / APS, 23(3), 261-269.