LO STUPRO DI GRUPPO E L’EVANESCENZA DELLA VITTIMA

Quando un branco di adolescenti si macchia di un gesto criminale come quello dello stupro di gruppo di una coetanea, non possiamo che rimanere atterriti riflettendo a quali pensieri possano essere passati nelle menti di quegli adolescenti, ma ancor di più al dolore e all’umiliazione provata dalla vittima e a quali devastazioni psicologiche abbia subito, un terribile trauma che porterà con sé per tutta la vita.

Lo stupro è un atto che presuppone la cancellazione dell’identità dell’altro, un gesto terrificante in cui non viene direttamente attaccata la sopravvivenza fisica della vittima come nel caso dell’omicidio, ma di certo è un evento molto traumatico che la segna dentro, inevitabilmente. Una violenza devastante che lascia una forte sofferenza emotiva che spesso costringe la vittima a rivivere il tormento di immagini assillanti e di particolari che nella sua memoria sono traccia indelebile: i tratti dei volti di chi l’ha violata, la sensazione delle mani dei carnefici sul proprio corpo, il fiato di ognuno di loro sul proprio viso, oltre che la paura e il terrore per la propria vita. Un insieme cioè di particolari che contribuiscono a dover reggere un evento che intacca alcune delle credenze umane di base infrante da una simile vittimizzazione: la credenza nella invulnerabilità personale, la credenza nella pienezza del senso della vita e la credenza nel proprio valore (Shapiro, Silk Forrest, 1997).

Il gesto criminale dello stupro di gruppo, ha pienamente a che fare con la cancellazione dell’altro dal mondo delle cose che esistono, o meglio è l’esistenza dell’altro che viene completamente cancellata dalle menti di questi adolescenti che hanno accerchiato, violentato e stuprato la loro coetanea. Un modo violento di risolvere l’enigma che spesso il sesso rappresenta agli occhi di un adolescente: una cancellazione dell’altro a livello simbolico anziché reale che avviene in qualche modo molto prima di agire il gesto. Per la vittima non vi è possibilità di essere simile agli altri, viene meno nei suoi confronti l’empatia, viene cioè ridotta ad una semplice immagine da desiderare, ad un corpo senza anima, ridotta a mero oggetto di desiderio che è possibile prendere per sé attraverso il dominio e la prevaricazione; una vittima evanescente agli occhi del gruppo in cui persino la presenza degli altri nella commissione della violenza, non disturba.

Colpisce poi, come il gruppo, dopo l’insensato gesto, si sia separato e di come ognuno di loro sia tornato nella propria dimensione familiare quotidiana, la dimensione del silenzio di cui erano certi che la loro vittima, per la vergogna provata, avrebbe taciuto l’accaduto e in quella dimensione di silenzio funzionale alla protezione del gruppo: se non se ne parla, non esiste e ciò che non esiste genera una non responsabilità.

Ritorna ancora, la questione della prevenzione, la questione di una cultura che vorrebbe per propria deresponsabilizzazione etichettare questo terribile comportamento agito come una “ragazzata”, contro ogni sforzo impiegato negli ultimi anni nella decostruzione degli stereotipi genere e a favore dell’educazione all’affettività e della cultura del rispetto, quando ancora si legge troppo spesso “…l’hanno vista passeggiare da sola, di notte e l’hanno trascinata con la violenza in un garage…” Ancora tanto vi è da fare, se non siamo riusciti a creare nelle nuove generazioni quel senso di rispetto per l’altro, per la libertà dell’altro, l’ascolto di emozioni che non si sanno gestire e a cui non si è capaci di dar nome, se a 15- 16-17 anni non si è in grado di dare il giusto senso a ciò che si porta dentro e alle azioni che si commettono.

Abbiamo noi adulti la necessità, e aggiungerei il dovere, di capire e comprendere cosa fare dinanzi ad un simile gesto e in che modo la funzione educativa dell’adulto può riprendere forma, espressione e azione, senza dimenticare che lo strumento più importante e potente che noi adulti abbiamo, in questi casi, è la traduzione del comportamento in simboli e parole; le stesse parole che gli adolescenti, spesso, tacciono perché il più delle volte incomprensibili e illeggibili anche per loro stessi. Tradurre il comportamento dell’adolescente a sé stesso e a chi lo circonda, è importante per portare alla consapevolezza un’azione, come quella commessa, fondamentalmente cieca, senza dimenticare che anche il gesto più impulsivo nasconde sempre un senso e un significato specifico.

Di quel senso e di quel significato, i giovanissimi autori di reato dovranno necessariamente assumersi la responsabilità rileggendone anche la propria partecipazione attiva. A noi adulti, invece, spetta il difficile ma necessario compito di tentare la comprensione del senso di quel reato, svelarne il significato e realizzare, attraverso una decodificazione guidata e supportata, gli obiettivi inconsci compresi in quella azione in modo diverso da quanto è stato commesso. Un complesso lavoro che passa attraverso un lento processo di appropriazione del male fatto e della parte più cattiva di sé stessi.

Non dimentichiamo che il fine educativo non è mai insegnare il giusto comportamento, ma mostrare il significato del gesto e delle azioni e, in questa ri-lettura, rendere possibili ipotesi alternative.

In copertina, immagine di Carne Griffiths