SE PREVALE L’EDUCAZIONE ALLA SFIDUCIA E ALLA DIFFIDENZA

In fila alla Posta, tra il caldo di un sabato mattina di maggio e lo sbuffare delle altre persone, attendo il mio turno. In paziente silenzio, aspetto tranquilla se non fosse per il vociare irritante di una donna che inveisce piuttosto acidamente contro chiunque. Un intercalare di accuse che aumenta gradualmente cercando con lo sguardo solidarietà e sostegno al suo malumore; un’espressione esplicitata di collera contro gli addetti allo sportello che “sono lenti, invece di sbrigarsi”, di rabbia contro “lo Stato che non fa niente per una madre sola di 40 anni con una figlia a carico…”, di risentimento contro la “società che se ne frega se uno non sa che fare, mentre quelli che stanno qui sono tutti raccomandati…”.

Mi colpisce l’espressione atterrita e di vergogna della figlia adolescente seduta al suo fianco: due occhi profondi, smarriti e imbarazzati per quelle urla fastidiose dirette a chiunque osi rivolgerle lo sguardo. Rannicchiata nella sedia, quasi a volersi nascondere, chiede alla madre più volte di abbassare la voce, ma la reazione arriva puntuale ed esplicita “tu ti devi far sentire, lo sai che quando sarai più grande non ti daranno nulla se non ti fai sentire, ti calpesteranno, non ti daranno lavoro perché non c’è futuro per i giovani in questo paese, questo mondo fa schifo …”

Mi è capitato negli ultimi tempi, di assistere sempre più spesso a sollecitazioni negative degli adulti che innescano nei ragazzi quella convinzione minacciosa del “tanto tutto è inutile, perché non c’è futuro”. Dichiarazioni lapidarie che fanno riflettere su quale messaggio arrivi ai ragazzi. Che tipo di adulti saranno se crescono nella continua minaccia di un futuro buio e incerto?

Sembra quasi che il nuovo trend educativo attuale sia l’educazione alla sfiducia e alla diffidenza di cui noi adulti siamo portatori sani senza neppure rendercene conto. Le parole sempre più frequenti che sento rivolgere ai ragazzi sono “cerca di accontentarti di quello che c’è senza seguire progetti troppo ambiziosi” o “fai attenzione o gli altri ti scavalcheranno…”, “scegli questa facoltà piuttosto che quella che ti piace o resterai disoccupato”, insomma tutte quelle raccomandazioni dispensate sotto forma di consigli, ma che a ben vedere, arrivano come messaggi di minaccia, a volte neppure tanto velate!

Per l’esattezza, la sfiducia è una qualità passiva di rinuncia, uno scoraggiamento più o meno intenso, profondo e persistente rispetto alla possibilità di utilizzare sia il mondo che sé stessi. In poche parole, un ritiro da un investimento ritenuto a priori fallimentare sul mondo, sulle proprie attitudini o ancora peggio, sul proprio corpo e sull’esistenza delle normali possibilità evolutive (Orefice, 2002). In sostanza ciò che comprendono quelle parole urlate “se non ti fai sentire, ti capesteranno…”

Che dire poi dell’educazione alla diffidenza. Di quella attitudine, cioè ad uno stato ipervigile e guardingo, che può sfociare in forme accentuate di estrema prudenza sino alla sospettosità persistente, o nei casi più estremi, in uno stato di allarme specifico per una potenziale minaccia rispetto ad un pericolo generalizzato. Condizioni alimentate quotidianamente da forme di comunicazione, basate sulla aggressività, che spesso sfocia nella violenza e sulla sospettosità, alimentate dallo sconforto e dal malcontento che in questo complesso passaggio storico si respira. Una modalità comunicativa e relazionale in cui a farne le spese è, in primis, la percezione dell’altro e del mondo esterno che diviene così minaccioso, a scapito di quella naturale propensione umana di far conto su qualcuno o su sé stessi, cioè dell’affidarsi all’altro.

Il messaggio che sembra passare attraverso le parole e i comportamenti degli adulti, quindi, è “non fidarti di nessuno”, ma soprattutto “non affidarti agli altri, e nemmeno alle tue capacità che tanto sono inutili perché il futuro è buio e cattivo!”. Un messaggio pervasivo e spesso ambivalente, in cui a farne le spese è la relazionalità verso gli altri e verso il mondo al quale i ragazzi si sentiranno di non appartenere. Così il mondo stesso diventa solo un mezzo per giungere ad una soddisfazione puramente individuale in cui le relazioni vengono reificate e mercificate. Una educazione al “fare” piuttosto che al “desiderare” per difendersi da un mondo proposto come ostile.

La crescita non è di per sé un processo lineare e indolore, ma ricordiamo che necessita di contributi da parte degli adulti; contributi che devono fornire un senso e delle risposte ai perché richiesti dai ragazzi che, invasi dalla paura e dall’angoscia, rischiano di sviluppare convinzioni che li porteranno ad essere adolescenti disorientati, giovani in difficoltà e adulti frustrati in balia di disagi interiori.

Si corre il rischio, poi, di alimentare una ulteriore tendenza: la necessità degli adulti di condividere ogni cosa con i propri figli, relegandoli nel ruolo di confidenti a cui affidare problemi, lamentele, frustrazioni, dubbi, difficoltà fino a stabilire relazioni simmetriche in cui l’importante sembra essere evitare il conflitto e dove, in casi più estremi, ciò che vi si stabilisce è una inversione di ruoli. Rendiamo così i ragazzi, testimoni di una fragilità che forse non sono ancora in grado di leggere, di interpretare né tanto meno di sostenere, dimenticando che ciò di cui hanno bisogno sono relazioni nutrienti con adulti solidi, in grado di dare risposte, di aiutarli a rileggere il senso di ciò che vivono e di ciò che accade.

E allora sembra doveroso fermarsi a riflette sul fatto che i ragazzi imparano quello che vivono e sul fatto che per diventare a loro volta adulti solidi, abbiano la necessità di stabilire una relazione maturativa con adulti significativi, che siano cioè in grado di effettuare quella forma di “rêverie” (per prenderla in prestito dalla psicoanalisi bioniana) della capacità dell’adulto di contenere le angosce, di dargli un significato e di restituirle più tollerabili.

Mi torna così alla mente, la giovanissima ragazza incontrata in quella calda mattinata di un sabato qualunque, con lo sguardo perso nel “oddio devo arginare mia madre e la sua angoscia del ti calpesteranno se non ti fai sentire” e mi soffermo a pensare su quanto il funzionamento sociale oggi sia diventato per i ragazzi difficile da gestire, per non dire “patologico”: un funzionamento che attacca l’intelligenza, la creatività e il pensiero, ma di cui ognuno di noi adulti ne è in parte responsabile.

Foto di Roberto Poli